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FARE COACHING: APRIRE LA MENTE E AGIRE CON IL CUORE

Flavia Zampa, ottobre 2020

Parlare di coaching non è così semplice come potrebbe sembrare.

Molte sono le scuole, gli approcci, le modalità attraverso le quali si mette in pratica… e questo può generare un po’ di confusione a chi si approccia, da profano, ad un percorso di sviluppo di questo tipo. Almeno in Italia e a meno che non si stia dalla parte degli “addetti ai lavori”.

Si lavora da tempo per incrementare la deontologia e l’etica della professione e, di anno in anno, alcune tra le più prestigiose Associazioni di categoria presiedono e collaborano a diversi progetti, nell’ottica di restituire dignità alla professione del coach. Professione che nel tempo sta crescendo sempre di più, in quanto agile, tempestiva ed efficace nel permettere il raggiungimento di risultati auspicabili per il singolo, le aziende e la società.

A livello di regolamentazione, nel 2015 è uscita la prima norma UNI dedicata al servizio di coaching e si sta lavorando alla norma UNI relativa alle competenze del coach professionista. Per chi non conoscesse l’UNI, può essere utile approfondire la sua natura: si tratta dell’ente italiano di normazione, riconosciuto dallo Stato Italiano e dall’Unione Europea che, da quasi cento anni, elabora, pubblica e diffonde le norme relative alla realizzazione di un prodotto, alla conduzione di un processo e allo svolgimento di una professione. Mettendo insieme professionisti, esperti e fruitori, ne ufficializza lo “stato dell’arte” e stabilisce uno standard di efficacia.

Questo vuol dire che lo scenario della professione è molto cambiato, da quando Emanuela Del Pianto, nel 2009, pubblicò il suo primo libro sul tema: “Coaching e Team coaching”. Ma il suo insegnamento è sempre molto attuale.

Ricordo che erano già 2 anni che lavoravo al suo fianco.

La nostra prima avventura insieme era stata la trascrizione, da parte mia sotto sua dettatura, del libro “Il processo di selezione e valutazione del potenziale” nell’estate del 2007 e… avevamo scoperto di lavorare proprio bene insieme. Fu così che divenni la sua assistente e l’anno dopo, Emanuela trovò l’ispirazione per scrivere il suo terzo libro, nel desiderio di voler condividere conoscenze e, soprattutto, know how con le persone interessate o che si occupavano di quella che ormai era diventata una delle sue principali attività, quella che le dava maggior soddisfazioni, professionali e personali.

Al tempo, il coaching era molto noto, ma forse ben poco chiaro nelle sue applicazioni.

Per questo Emanuela nel suo libro esplicitava:

Scrivendo questo libro mi sono, necessariamente, documentata su tutto quanto è presente in letteratura che si riferisca al tema del coaching. Ne sono uscita con le idee ancora più confuse e ho cercato di capire il perché. In effetti, non esiste una sistematizzazione convincente rispetto alle varie tipologie di coaching e la divergenza di opinioni regna sovrana. Così come, anche la nomenclatura che viene usata è magari diversa per esprimere, invece, lo stesso tipo di processo.

[…] A questo punto cominceremo un viaggio che ci porterà ad addentrarci in questa giungla verde e lussureggiante, dove cresce di tutto e di più (sul coaching), riportando quelli che sono i denominatori comuni tra le diverse definizioni e tipologie, per approdare infine a un piccolo parco all’italiana, dove eleganza, armonia e libertà sono gli aspetti distintivi.” (Del Pianto 2009, pag. 37)

Come sempre, il proposito di Emanuela era quello di fare chiarezza e portare l’armonia laddove mancava. Nel capitolo che seguiva queste sue parole, andava così a cercare di definire alcune delle tipologie e modalità di coaching più in voga in quegli anni e, alla fine, proponeva la sua idea di coaching:

…il mio modo di intendere il coaching […] non vuole essere l’ennesima tipologia, ma l’idea attuativa di un lavoro sulla persona, intesa come essere umano, complesso, unico e rappresentante miracoloso di un olos che nessuna separazione, opera di altre mani, può portargli via. […] io cerco di aiutare, attraverso il metodo del coaching, le persone a ritrovare se stesse, la propria autenticità e la propria potenzialità.” (ibidem, pag.42/43)

L’idea di coaching in Emanuela era, perciò, già chiara e definita. Ma lei non si fermava mai.

Per questo, l’anno successivo scrisse il libro “il piano di sviluppo nel team coaching” nell’intento di dar seguito al testo che aveva già pubblicato, approfondendo aspetti più pragmatici del percorso di team coaching, come la struttura del report, con diversi stralci provenienti dalla sua esperienza professionale e con un approfondimento sulla conclusione di un percorso di coaching.

Con lei, nel tempo, stavano anche crescendo e maturando nuove consapevolezze rispetto alla professione del coach e al processo di coaching. Negli anni successivi alla pubblicazione di questi 2 libri sul tema del coaching, Emanuela cominciò a impegnarsi attivamente e in prima persona per coadiuvare lo sviluppo della professione: fu per 3 anni membro del Consiglio Direttivo di SCP Italy, si dedicò alla ricerca, condivise il suo know how in diversi eventi, partecipò a comunità di pratica co-costruendo best practice e, ancora, entrò a far parte del Consiglio Direttivo di AICP.

Ma il suo desiderio di condividere e la sua passione per la scrittura, nel 2017 le fecero venire voglia di scrivere un altro libro sul tema, l’ultimo testo che ci ha donato: “La potenza del coaching”.

Il vero motivo per cui scrisse questo libro lo lascio descrivere a lei, che esordiva così:

Negli ultimi anni della mia esperienza come coach, mi sono resa conto dei risultati sorprendenti che può produrre un processo di coaching. La mia sorpresa e la mia contentezza, quando questo accade, sono le emozioni che mi hanno condotto a riflettere molto sul perché accade, perché il coaching può essere così potente?

Ad un certo punto, mi è venuto il desiderio di condividere queste mie riflessioni con tante altre persone, che non fossero soltanto altri coach…” (Del Pianto, 2017, pag.15)

Nel cominciare a descrivere cosa rende “potente” un percorso di coaching, Emanuela ne dà poi altre indicazioni rispetto alla definizione: un percorso di sviluppo che può essere considerato

“…un po’ rivoluzionario. Perché non suggerisce o impone ciò che si deve fare, ma si basa sul far fare e sul rispetto dell’identità dell’altro” (ibidem, pag. 17)

E ancora

Gran parte della sua efficacia [di un percorso di coaching] risiede nel fatto che permette al coachee, attraverso degli strumenti, di entrare in contatto con il suo vero sé, mentre il coach impara a conoscere lo specifico linguaggio di quel coachee e, quindi, impara a connettersi con il suo involucro, ma anche con la sua essenza.” (ibidem, pag. 18)

Questa idea di grande attenzione alle persone Emanuela la veicolava nel suo modo di fare coaching. Rispettava tutte le best practice della professione e, come sa chi ha avuto l’occasione di lavorare con lei (o di leggere qualcuno dei suoi libri), lasciava trasparire, dietro la solida competenza professionale, una grande passione e un profondo rispetto dell’altro: in senso lato, dell’umanità.

Da questa prospettiva, è evidente il contributo che il coaching può portare ad un momento di incertezza, ambiguità e di complesse sfide come quello che, in questo periodo, ci troviamo ad affrontare. La pandemia ha portato con sé un gran senso di smarrimento generale ed è indispensabile aver modo di “rifare il punto”, fissare obiettivi congruenti con la nuova realtà e generare nuovi apprendimenti per mantenere il proprio senso di autoefficacia.

Per questo, mi auguro che questa lettura abbia stimolato in voi riflessioni, che vi abbia ispirato, così come ha fatto con noi e che da domani, parlando di coaching, teniate a mente cosa significhi fare coaching con “apertura di mente e di cuore”, come faceva Emanuela… che voi siate professionisti del settore, possibili committenti o semplici curiosi.

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