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LA "SIEPE" CHE IMPEDISCE DI VEDERE OLTRE

Stefania Scagnetti, dicembre 2020


Ho sempre apprezzato Leopardi, l’ho sempre considerato un grande poeta. Eppure, se penso alla poesia “Infinito”, mi viene da dirgli: “spostati e guarda l’orizzonte da un’altra prospettiva, oppure taglia la siepe! Allora sì che i tuoi occhi potranno finalmente vedere e assaporare quegli scenari che tanto immaginavi”.


Naturalmente questa è solo una poesia, forse tra le migliori nella nostra letteratura. Ma questo mi fa riflettere su tutte quelle volte che, inconsciamente, abbiamo frapposto una “siepe” tra noi e l’orizzonte. Un ostacolo che, nel tempo, è diventato così comodo e confortevole da adattarsi perfettamente al nostro spazio e al nostro scenario … in fondo cosa ci potrà mai essere oltre la “siepe”? A noi sta bene anche così, dopotutto.


A noi sta bene anche così” … Quante volte ci siamo detti frasi di questo tipo? Frasi come: “ma sì, alla fine mi accontento”, “tanto cosa potrei mai fare?”, “ho sempre fatto in questo modo, perché cambiare?”, “io sono fatto/a così!”, ...


Sir John Whitmore, uno dei padri fondatori del Coaching, in un’intervista diceva:

“Credo che le persone abbiano grande difficoltà ad uscire dal conosciuto ed entrare nello sconosciuto. Fare cambiamenti è dura. […] Quello che di solito noi associamo al coraggio è il rischio del pericolo. Ma credo ci voglia più coraggio a prendere quelle decisioni che portano cambiamenti nella tua vita. […] La vera felicità arriva quando tu cominci a trovare la tua strada”.


Nell’arco della nostra vita noi facciamo innumerevoli cambiamenti, più o meno consapevoli, legati a specifiche fasi evolutive: dagli aspetti comportamentali, frutto di determinate esperienze, a tutti quegli aspetti motori e cognitivi che ci fanno crescere e maturare. Alcuni di questi cambiamenti potevano spaventarci, lì per lì, ma li abbiamo affrontati e ci siamo messi in gioco per arrivare dove siamo ora e diventare quelli che siamo oggi.


E, allora, quand’è che abbiamo smesso di affrontare i cambiamenti?


Fin dall’infanzia noi siamo immersi in un contesto sociale con delle regole, delle aspettative e delle norme di comportamento. La famiglia, ad esempio, è il primo ambiente esterno che incontriamo e, senza accorgercene, ci ritroviamo investiti di aspettative e speranze. Aspettative che non vogliamo deludere. Poi c’è la società stessa, la quale si aspetta da noi delle norme di comportamento, che non vogliamo deludere per poterci sentire inseriti, integrati e accettati.


Così, per evitare di esporci o percepirci vulnerabili, piano piano costruiamo delle barriere difensive, protettive e a noi certe. Delle barriere sempre più alte che preservano e tutelano le nostre abitudini, sicurezze, convinzioni, credenze, sovrastrutture, … e, nel tempo, si adattano così bene, si adagiano così perfettamente al nostro spazio, da renderle delle vere e proprie ZONE DI COMFORT.


A tutti noi capita di rifugiarci nelle nostre zone di comfort, a volte è anche vitale e preserva il nostro benessere. Quindi, di per sé, una zona di comfort non è qualcosa di negativo… dipende tutto da come la utilizziamo e dalla consapevolezza che abbiamo.


Come riconosciamo che ci stiamo bloccando nella nostra zona di comfort?


Non c’è una regola precisa, o un manuale di istruzioni che ci dice “sì” o “no”. Il punto di partenza è fermarsi a riflettere per aumentare la nostra consapevolezza. Già porsi la domanda è un primo passo, perché ci mette in discussione e in ascolto di noi stessi. Tuttavia, possono esistere alcuni “campanelli d’allarme” che, se presi in considerazione, potrebbero fornirci degli ottimi spunti di riflessione.


Ad esempio, può capitare che ci ritroviamo in una costante apatia, che rende tutto ciò che facciamo demotivante e per niente stimolante per noi. O ancora, tutto è noioso e insoddisfacente, qualsiasi cosa facciamo (che sia a lavoro, in famiglia, con gli amici, nel tempo libero…). Oppure, allontaniamo qualsiasi cosa è fuori dal nostro ordinario, dal consueto, dal nostro “si è sempre fatto così”, evitandoci conoscenze ed esperienze nuove….


Questi sono degli esempi e non importa se ci riconosciamo in tutti o in qualcuno.

Ciò che conta è cominciare a rifletterci, soprattutto se, troppo spesso, ci capita di vivere stati d’animo simili.

Cosa succede se usciamo dal nostro spazio confortevole?


Uscire dalla zona di comfort non significa necessariamente andare incontro al rischio o a qualcosa che può ledere noi stessi. Significa intravedere delle possibilità di miglioramento per noi e andare incontro alle opportunità.


Il primo ostacolo che incontriamo è la paura dell’ignoto, il timore di perdere quel margine di controllo che abbiamo avuto finora sulla nostra quotidianità. Da qui, ci si prospettano due opzioni: bloccarci, fornendo a noi stessi delle scusanti che avvalorino la nostra decisione; oppure affrontare la sfida e sconfiggere la nostra paura.


Nel primo caso, ci ritroveremo di nuovo al punto di partenza: la “siepe” che ci impedisce di vedere oltre. Nel secondo caso, invece, avremo concesso a noi stessi la possibilità di rimodellare la nostra zona di comfort, rendendola più ampia, malleabile e in linea con la nostra identità. Ci apriremo alle opportunità, affronteremo nuove sfide, proveremo soddisfazione per aver osato e sperimentato qualcosa di diverso, o che per noi sembrava impossibile. Tutto questo ci farà crescere, perché avremo appreso dalla nostra esperienza e non ci farà retrocedere, bensì ci condurrà verso il nostro sviluppo personale e professionale.

Come facciamo a perseguire la seconda opzione e uscire dalla zona di comfort?


Quando ci troviamo di fronte alla paura, la chiave di volta sta nel riflettere sulla nostra motivazione di fondo: cosa mi spinge a cambiare? …quanto sono motivato/a a cambiare? …quanto è importante per me? Con questa consapevolezza, compiere la scelta di affrontare la paura ci risulterà molto più agevole.


La zona di comfort è il nostro spazio che, per orientarsi verso lo sviluppo e il miglioramento continuo, ha bisogno di ampliare i propri confini, piano piano sempre di un pezzettino in più. Ciò che ci permette di far questo è l’allenamento costante, anche attraverso le domande che ci spingono a riflettere e allenarci per promuovere il nostro Growth Mindset, perché ci consentirà di aprirci sempre di più alle possibilità e di incrementare il nostro senso di autoefficacia.


La nostra epoca 4.0, con la sua dinamicità e le sue continue trasformazioni, ci mette ripetutamente di fronte alla scelta se uscire, o meno, dalla nostra zona di comfort. Decidere di uscirne rappresenta il gradino più difficile da superare.


I fattori in gioco hanno il loro peso e ogni prospettiva di cambiamento ha i suoi, spesso racchiusi nel concetto di responsabilità: il lavoro, la casa, i figli, … Ma, una volta superato questo gradino, proveremo una grande liberazione, ci sentiremo più vivi!


Avremo “tagliato quella siepe”, che ci impediva di vedere il nostro orizzonte, avvicinandoci sempre di più alla strada che ci siamo scelti, concedendoci di divenire, così, protagonisti nella vita e non comparse.




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